Lui oscillava come un pendolo tra gioia e disperazione. Un pendolo irregolare però, che accelerava o rallentava a seconda dei momenti, a volte fermandosi pure.
D'altra parte la storia con lei era nata in modo casuale, con reciproche dichiarazioni di leggerezza e di "dura finché dura".
Poi... si era pian piano trasformata in qualcosa di diverso.
Qualcosa di elettrizzante da un lato, e terribilmente pesante dall'altro.
Per entrambi era la prima volta in cui si chiedevano seriamente cosa volevano fare, entrambi frenati dal fuggire (come erano stati soliti fare fino ad allora) perché sentivano che era diverso.
Così, piano piano, si strinsero sempre di più uno all'altra e per fare questo rinnegarono tutto ciò che erano al di fuori della coppia.
Per un po' la cosa funzionò, ma alla fine, inevitabilmente, le crepe vennero fuori.
Così scoprirono che nonostante tutto quanto avessero fatto e costruito fino a quel momento, gli mancava un qualcosa di fondamentale: la capacità di capire davvero l'altro.
La capacità di accettarsi per quello che si è.
Forse perché troppo presi dal fuoco che li bruciava, da una passione mai provata, non si erano resi conto di aver costruito un bel castello di pietra su fondamenta di argilla.
E le torri avevano iniziato ad oscillare, le pietre a cadere dai muraglioni, l'acqua ad infiltrarsi attraverso il tetto.
Ecco quindi il pendolo, che un giorno portava dove tutto andava bene ed il sole splendeva, e l'altro viaggiava tra i massi che rotolavano e le rovine che incombevano.
Che fare?
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